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lunedì 30 marzo 2009

html, pdf e la mania del dialetto

Niente paura, non intendo scrivere un post in bergamasco.
Del resto non lo conosco abbastanza bene, perderei un sacco di tempo a cercare i codici per dieresi e accenti strani e, soprattutto, mi capirebbero in due o tre.

Il dialetto a cui mi riferisco è quello in cui vengono declinati, da un po' di tempo a questa parte, i linguaggi e i formati che erano nati con lo scopo opposto.
Html e Pdf avevano un obiettivo ben preciso: rappresentare un oggetto, generalmente un testo impaginato o un ipertesto, in modo che l'aspetto fosse identico indipendentemente dal sistema utilizzato. In quest'ottica si stabiliva un linguaggio (html o pdf) in cui descrivere l'oggetto e un reader che trasformasse tale descrizione in una immagine. L'indipendenza dal sistema era ottenuta implementando un reader per ogni architettura disponibile.
L'idea era geniale: una pagina html o un documento pdf apparivano in modo identico indipendentemente dalla macchina (Win PC, Mac, Linux...) e, perdipiù, il reader era gratuito. Questo permetteva di distribuire documenti (pdf) o ipertesti (html) senza doversi preoccupare del fatto che si potessero leggere e sicuri che tutti li vedessero e stampassero allo stesso modo. Senza l'implementazione di questa visione probabilmente internet non sarebbe mai esistita come la concepiamo oggi.

Perché parlo al passato? Perché oggi non è più così.

Chi come me realizza web apps sa benissimo quanti switch occorra mettere nel codice per adeguarlo ai differenti comportamenti dei vari browser di oggi (spesso anche tra varie versioni dello stesso browser). E nel mondo pdf non andiamo meglio: chi non si è trovato di fronte ad un file pdf giudicato corrotto dal proprio reader e che, invece, era solo stato realizzato con una versione successiva di Acrobat?
Capisco benissimo la necessità di evolvere questi linguaggi (oggi scrivere pagine html senza css è inconcepibile, ad esempio) ma tale evoluzione deve procedere secondo passi ben formulati e, soprattutto, standardizzati per tutti da un ente che li formalizzi. Ente che dovrà essere estremamente reattivo alle esigenze ed estremamente severo con chi non rispetta le sue direttive.
Badate bene, non intendo un grande fratello del www, ma un grande coordinatore.

In un mondo che mette in primo piano la virtualizzazione mi viene difficile pensare che per visualizzare una nuova property css sia necessaria una specifica marca di browser e non semplicemente la versione aggiornata di uno qualsiasi.
Ancor più difficile da concepire è che la stessa property abbia comportamenti diversi laddove sia implementata.

Oggi chi realizza pagine html ha solo tre possibilità: codificare in html puro (si torna ai tempi di Berners-lee), riempire il codice di switch o scriversi un framework che li contenga (panico in sede di manutenzione) o utilizzare strumenti di sviluppo (panico al quadrato in sede di manutenzione).

Ovviamente le istruzioni del tutto sono in pdf. Ma per aprirle occorre la nuova versione del reader perché altrimenti...

venerdì 20 marzo 2009

Bletchley Park

Quanto deve essere resistente un algoritmo di crittografia affinché ad esso possano essere affidati i nostri segreti?

Questa è una domanda che ho iniziato a pormi quando, durante il servizio militare, venni a contatto con i vari livelli di segretezza dei documenti. Essendo questi in forma cartacea la soluzione era ovvia e semplice: venivano chiusi in pesanti casseforti le cui chiavi e combinazioni di accesso erano rigidamente controllate. A meno di una effrazione fisica, i documenti erano protetti e le informazioni in essi contenute non visibili.

Ma in un mondo interconnesso e con informazioni in forma digitale, come la mettiamo?

In un precedente post ero giunto alla conclusione che in un mondo interconnesso l'unico modo per trasmettere un'informazione a qualcuno essendo certi di essere gli unici a conoscenza del contenuto fosse di scriverla a mano su di un pezzo di carta, chiuderla in una busta e pagare qualcuno affinché gliela portasse.
In realtà, ovviamente, esiste anche un altro modo ed è quello di crittografarla e trasmetterla in cifra, da cui il titolo di questo post. La crittografia, a mio avviso, presenta però due aspetti critici da considerare. Uno è essenzialmente pratico: a meno di non voler crittare il testo a mano, il lavoro andrà fatto fare ad una opportuna macchina che, ovviamente, dovrà ricevere il testo in chiaro. Nell'ipotesi di un mondo interconesso occorrerà accertarsi che questa non sia connessa e che non lo sia in futuro.
L'altro aspetto è legato alla resistenza dell'algoritmo di crittografia agli attacchi tesi a violarlo. Spesso si tende a valutare questa resistenza in senso assoluto: semplificando si ritiene che il migliore sia quello che resiste più a lungo. In altre parole se, con la tecnologia di oggi, per forzare la crittografia A ci vuole un ora e per la B ci vogliono 10 giorni, B è considerato più sicuro di A. Io però ritengo che la valutazione vada fatta dopo aver stabilito la durata utile dell'informazione da proteggere. Capite che se l'informazione da crittare perde valore dopo 10 minuti, entrambi gli algoritmi A e B sono perfettamente adatti allo scopo e, per l'informazione in oggetto, hanno lo stesso grado di sicurezza.

Per mantenere un segreto in eterno penso che l'unico modo sia tenerlo nella nostra testa. Sempre che qualcuno non inventi una sonda in grado di leggere il pensiero e che si faccia attenzione a quanto si beve.

P.S. Per chi non lo sapesse a Bletchley Park lavorarono, durante la seconda guerra mondiale, i migliori crittoanalisti dell'epoca gudati da Alan Turing. Dai successi di questo centro d'eccellenza nella decifrazione del famigerato codice Enigma (nella versione a 4 rotori usata dalla marina tedesca) dipese l'esito della battaglia dell'Atlantico tra i convogli americani, che rifornivano la Gran Bretagna, e i sommergibili tedeschi, che li volevano colare a picco. E' una storia affascinante che coinvolge anche i primi calcolatori elettromeccanici (le cosiddette "bombe"). Un bel romanzo sull'argomento è Enigma di Robert Harris.

sabato 28 febbraio 2009

C'era una volta...

... una rivista di nome MC Microcomputer. Chi come me ha iniziato ad occuparsi di computer nei primi anni '80 (o anche prima) non può non averne sfogliato almeno un numero.
Per quanto mi riguarda era uno degli appuntamenti mensili con l'edicolante che, pur non capendo cosa ci trovassi in un mensile che non contenesse nemmeno la foto di una donna o di un mezzo a motore, mi teneva da parte una delle tre o quattro copie che riceveva.
Ricordo gli editoriali di Paolo Nuti, le prove di Andrea de Prisco e le sfide che Corrado Giustozzi lanciava a chi, come me, amava il linguaggio C.
Altri tempi, tempi in cui l'aggiornamento professionale o la mera voglia di conoscenza passavano attraverso i limiti e i tempi di un supporto cartaceo. Se volevi delle informazioni dovevi aspettare l'uscita di un periodico. Oppure andare in biblioteca e cercare un libro o un articolo. Senza indicizzazioni, senza sapere esattamente dove cercare e con unico supporto tanta pazienza e frequenti leccate di dito. Che differenza con internet e Google.

Ma sto divagando e di informazione push vs informazione pop parleremo ancora.

Dicevo di MC Microcomputer: stavo riordinando un vecchio armadio quando mi è capitato tra le mani il numero 116 di marzo 1992. Non ricordando per quale motivo lo avessi tenuto mi sono messo a sfogliarlo. Accanto a pubblicità di "potentissimi" personal computer con processore 486SX a 25 MHz (si, proprio mega e non giga) vedo un residuo di post it. Lo seguo e scopro il motivo per il quale quella copia di MC era rimasta nell'armadio: nella rubrica "StoryWare" dedicata agli scritti fantasiosi dei lettori c'è un riquadro a sfondo giallino contenente un testo il cui autore mi è noto. Si sono proprio io e scrivo, in chiave ironica, di false e reali esigenze nei moderni, per il tempo, Word Processor.
E' incredibile ma alcune osservazioni ritengo siano ancora valide ed attuali nonostante siano passati quasi vent'anni.

Per chi fosse curioso e volesse leggerlo lo può trovare qui

http://www.robertobolis.com/bs/PotentiWP_MC116.pdf

riporto solo la profezia finale
... Verrà un giorno in cui i word processor faranno tutto da soli, anche la stesura del testo, cosicchè non dovrai più impiegare il tuo prezioso tempo per pensare a cosa scrivere, ma solo a trovare il comando giusto tra i 10.000.000 del WP galattico che ti sarai comprato ...
Buona lettura e siate indulgenti, ero giovane.