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venerdì 2 ottobre 2009

Storage e backup

Chi ha una telecamera digitale, specie se HD, e la usa per ciò per cui è costruita, cioè filmare e non per fare il tecno-soprammobile, si trova presto nella situazione di avere gigabyte di dati da gestire. Poco male, direte, oggi si trovano hard disk da terabyte a prezzi irrisori e il problema non sussiste.

Ma siamo proprio sicuri?

Il punto non è avere lo spazio necessario a riversare ora il contenuto della videocamera ma la salvaguardia del girato a lungo termine: come far si che i nostri preziosi gigabyte contenenti quel momento unico e irripetibile che siamo riusciti miracolosamente a cogliere possano resistere al passare del tempo e rimanere fruibili?

Il problema presenta, a mio avviso, tre aspetti da considerare:
  • durata e affidabilità del supporto di memorizzazione
  • possibilità di delocalizzare una copia
  • accessibilità e fruibilità del contenuto
I primi due punti hanno a che fare con il supporto di storage mentre il terzo è più legato al software utilizzato per creare (e quindi rileggere) i contenuti.

I principali storage oggi disponibili sono: hard disk, CD/DVD/BluRay, nastro.
Considerando che gli hard disk esterni sono facilmente trasportabili, tutti e tre permettono di delocalizzare una copia. Ciò è molto importante: non ha senso avere master e backup nello stesso posto. Un eventuale incidente (un incendio o un allagamento, ad esempio, ma anche un furto) farebbe perdere entrambi.
Quanto alla durata occorre dire che i nastri è testato che si riescano a leggere anche dopo 40 anni reali (è recente un progetto che ha portato alla lettura dei nastri contenenti le immagini scattate alla luna dalle prime sonde inviate in orbita lunare). Dico reali perché i nastri esistevano 40 anni fa e oggi possiamo leggerli e fare una statistica di affidabilità nel tempo. Per CD/DVD/BluRay possiamo solo fare ipotesi basate sulle tecniche di invecchiamento accelerato. Quanto agli hard disk beh... non sono così sicuro che un hard disk fermo da 10 anni in una cassetta di sicurezza poi si riavvii senza problemi. Probabilmente si, ma è una periferica che è costruita per stare più accesa che spenta.

Inoltre non è da trascurare l'aspetto legato alla capienza di memorizzazione: il CD è oramai quasi inutilizzabile e il DVD può andare per telecamere non HD. Il BluRay è più capiente ma comunque ne occorrono 20 (considerando i double layer da 50GB) per fare il backup di un hard disk da 1 terabyte.
Sorprendentemente il vecchio caro nastro è ancora imbattuto per il backup: ad esempio l'unità HP Ultrium 1840 che uso ha cassette LTO-4 con capacità di 800 GB nativi (1.6 terabyte con compressione 2:1). Purtroppo costa caro: parliamo di cifre dell'ordine dei 3.000/4.000 EUR che non sono proprio da mercato consumer.

L'accessibilità e fruibilità del contenuto è, invece, una questione spesso sottovalutata. Non basta aver memorizzato il nostro file su di un supporto longevo, occorre anche che, passato del tempo, esista ancora il relativo lettore. Non serve a nulla avere dei CD perfetti se non ho più una unità in grado di leggerli. Inoltre, anche ammesso di avere supporto e unità di lettura compatibile con il sistema, non è detto che sia disponibile il software necessario a decodificare il file. Tra vent'anni ci sarà ancora il codec per i files generati dalla mia telecamera? E potrà girare sui computer che avremo?

In conclusione ho l'impressione che molti stiano generando con soddisfazione contenuti magari irripetibili senza considerare la loro volatilità e vulnerabilità.
Il problema del backup è sempre stato presente nel mondo lavorativo ma ora entra prepotentemente anche nella nostra vita di tutti i giorni. Una volta bastava un vecchio baule in cui mettere le nostre fotografie per poterle rivedere anche dopo cent'anni. Se qualcuno facesse oggi lo stesso con i CD delle sue foto digitali si troverebbe tra cent'anni con in mano dei pezzi di plastica forse perfettamente funzionanti ma anche perfettamente inutili.

venerdì 24 luglio 2009

Google non può fallire

Su internet si assiste sempre più spesso alla disponibilità di servizi di grande valore pressoché gratuiti e questo, a mio avviso, apre scenari interessanti i cui risvolti possono essere non così evidenti.
Vorrei condividere con voi alcune osservazioni sorte nell'ambito del mio lavoro e che sono proprie di un mondo ICT che non può prescindere dall'orizzonte temporale di accessibilità delle soluzioni scelte. Un mondo nel quale l'indisponibilità di un servizio si tramuta immediatamente in un costo reale.

Pensiamo, per fare un esempio, a Google: solo pochi anni fa per avere ciò che ci mette a disposizione Maps era necessario acquistare un software di navigazione con relative mappe (a pagamento) da aggiornare periodicamente (sempre a pagamento). Oggi basta andare sul sito e, gratis, possiamo costruirci un itinerario, vedere e stampare cartine personalizzate, addirittura condividerle direttamente con altri. Ho fatto un semplice esempio ma potrei continuare con Gmail, Google docs e molti altri servizi che rasentano e spesso implementano una forma di cloud computing più o meno spinta.
Nel momento in cui una azienda debba implementare nel proprio sistema informativo una funzionalità che è già disponibile via API su internet, si trova di fronte ad un bivio: scriverla da zero (o comprare il relativo software) o integrare il servizio in modalità "cloud" utilizzandolo direttamente o attraverso l'accesso alle relative API. E' evidente che quest'ultima sia la soluzione più rapida e meno costosa. Un esempio lo vediamo nella pletora di siti che, quando devono geolocalizzare un indirizzo, fanno apparire la mappa generata con le API di Google maps (per non parlare degli utilizzi nelle intranet).
Il punto è che se questa "scorciatoia", che spesso non è solo tale ma ha vantaggi notevoli anche in termini di funzionalità non reperibili nei software di mercato, viene diffusamente utilizzata allora diviene strategica. Per tornare al nostro esempio se tutti i servizi di geolocalizzazione dei sistemi informativi mondiali si basassero su Google maps cosa succederebbe se cessassero il servizio? E chi garantisce che ciò non possa accadere dato che non esiste un contratto e stiamo utilizzando una funzionalità gratuita, per quanto potente? (In realtà l'uso professionale delle API Google è a pagamento, ma vedremo come questo ritengo sia irrilevante sebbene implichi un contratto).

Lo scenario è paragonabile a quanto successe con il sistema GPS. Nato per scopi militari, era implementato in modo da riservare la massima precisione solo ai ricevitori in grado di decodificare l'errore che ne degradava i risultati. L'algoritmo era segreto e, di fatto, l'uso civile differiva da quello militare per la precisione del sistema. Il motivo era evidente: in caso di conflitto i nemici non avrebbero potuto usarlo con la stessa efficacia (in realtà non avrebbero potuto usarlo del tutto perché sarebbe stato introdotto un errore tale da renderlo inutile a chi non fosse alleato, e forse nemmeno a questi). Considerato che il GPS viene utilizzato anche per guidare missili e bombe intelligenti questo era un modo per rendere pubblico un servizio senza perdere il vantaggio strategico.
Nel 2000 l'amministrazione americana, sulla spinta degli utilizzatori che reputavano l'errore introdotto una barriera allo sviluppo di nuove applicazioni e strumenti (pensiamo ai navigatori satellitari per le auto, giusto per fare un esempio banale), decise di ridurre pressoché a zero l'errore introdotto, mantenendo però segreto l'algoritmo per eliminarlo. L'idea era: rendiamo possibile l'accesso civile alla massima precisione ma, in caso di guerra, possiamo sempre abbassarla per chi non abbia i nostri ricevitori. Purtroppo il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: la possibilità di avere ricevitori precisi al metro ha fatto si che si diffondessero al punto tale da renderli strategici per l'economia mondiale. Perché "strategici"? Vi faccio un semplice esempio: se domani decidessero di degradare la precisione del GPS civile a +/- 100 metri per motivi militari, tempo poche ore avremo navi schiantate sui moli dei porti, altre perse nell'oceano e flotte di camion che non sanno più dove andare. Sono solo i primi effetti che mi sono venuti in mente. Di fatto la degradazione del GPS non è più possibile (a meno di un conflitto globale) perché i suoi costi sarebbero troppo alti (anche in termini di vite umane).

A questo punto torniamo a Google: nel momento in cui i suoi servizi saranno integrati nei sistemi informativi di aziende, istituzioni, banche e chi più ne ha più ne metta, non sarebbe nemmeno pensabile l'idea che potesse cessare di esistere. Cosi come non sarebbe pensabile che smettesse di erogare tali servizi che non sono, badate bene, quelli legati alla funzione di motore di ricerca (che presenta, in qualche modo, alternative di mercato).

Di fatto Google non può fallire perché, nel caso avesse difficoltà finanziarie, dovrà intervenire giocoforza qualcuno (stato) a tenerla in piedi. Nel caso volesse aumentare il prezzo (o introdurlo) da pagare per l'utilizzo delle sue API, potrebbe farlo.

Ritengo una grande lezione per tutti il fatto che la posizione di forza che Google si è conquistata e che la mette al sicuro si fondi sulla distribuzione pressoché gratuita di servizi. Così facendo li ha resi indispensabili e ha creato una barriera economica alla loro sotituzione che la pone nella condizione di poter, oggi, stabilire il prezzo, anche, e soprattutto, nel caso in cui dovesse trovarsi in cattive acque.

venerdì 26 giugno 2009

Diritto all'oblio in rete, atto II

Ritorno sull'argomento che avevo trattato in un post precedente a seguito della presentazione di un disegno di legge (n. 2455 dell'On. Lussana) in materia.
Punto Informatico pubblica un bellissimo commento a tale disegno a firma di Guido Scorza che mi trova pienamente concorde sul valutare negativamente il provvedimento, ma che lascia, a mio avviso, inalterato il punto focale e cioè che il problema esiste.
Mi par di capire che l'autore del commento non metta in discussione la necessità di fare qualcosa, ma il modo con cui questo qualcosa verrebbe implementato e, in questo, ritengo che chiunque abbia un po' di competenza in materia non possa che concordare con Scorza.

Non voglio ripetere i motivi per i quali ritengo necessario approfondire i risvolti del problema affinché si possa arrivare ad una soluzione e perché lo ritenga un problema (l'ho già fatto nel post precedente). Voglio però aggiungere qualche osservazione a ciò che ho trovato nei commenti sulla rete.

I contrari ad un intervento legislativo in materia si basano, generalmente, su tre assunti:
  • la necessità di oblio dovrebbe valere anche per i media tradizionali (giornali cartacei, radio, TV) e, quindi, se non è mai stato un problema non lo dovrebbe essere nemmeno ora che c'è la rete
  • è un problema sollevato per proteggere il politico di turno e limitare la libertà di espressione
  • la rete non è governabile per mezzo di provvedimenti presi da un singolo paese (e, di fatto, nemmeno da una maggioranza di paesi)
I primi due punti non li condivido, il terzo pone, invece, una barriera forte ad una eventuale soluzione.

Il fatto che la necessità dell'oblio debba valere anche per i media tradizionali è solo teorica. Ciò che rende informazione una notizia pubblicata è la sua rintracciabilità e la persistenza nella rintracciabilità stessa. Una notizia pubblicata sul giornale cartaceo di oggi (e non sulla versione on-line) è rintracciabile, appunto, oggi (per chi lo legge tutto), forse domani (per chi lo lascia in giro) e poi solo a chi fa ricerche in emeroteca (pochissimi).
Di fatto la notizia sul media tradizionale non ha memoria indicizzata e, quindi, la sua rintracciabilità decade secondo i tempi della labilità della memoria umana.
Se mi contatta qualcuno cerco il suo nome su Google ma non andrei mai in emeroteca a sfogliare i giornali o in archivio a risentire le registrazioni di tutte le trasmissioni radio/TV per vedere se parlano di costui. In pratica la notizia esiste ancora ma non essendo più rintracciabile con facilità, di fatto, è come se non esistesse. Una sorta di oblio automatico.

Per quanto riguarda la questione legata al fatto che il problema venga sollevato per difendere il politico di turno ritengo sia irrilevante. Il punto è che il problema c'è per tutti. Anzi, è molto più sentito dalla persona comune che non ha la possibilità di convocare una conferenza stampa per smentire una notizia falsa. Pensate al giovane che si trova chiuse le porte degli uffici del personale per colpa di notizie non vere o incomplete presenti in rete.

Veniamo ora al punto: cosa si può fare?

A mio avviso, putroppo, poco. Essenzialmente per il terzo punto (sovranazionalità della rete) ma anche per la estrema facilità di riproduzione di una informazione nell'ecosistema della rete. Questo è, di fatto, il maggior pregio di internet (la circolazione del sapere) e lo rimane anche considerando che, nella riproduzione, possa esserci una mutazione (il completamento o la correzione del sapere stesso). Il problema sorge quando avviene la riproduzione di un sapere falso o viene mutato un sapere corretto in uno errato: in questo caso il pregio diviene un difetto.
Intendiamoci, non è niente di nuovo: anche con i media tradizionali succede ma, per i motivi a cui ho già accennato e, in particolare, alla rintracciabilità, ritengo che sia rilevante solo nell'ambito della rete.

Tanto più lo strumento è potente, tanto più ne si amplificano i difetti intrinsechi così come, per fortuna, se ne amplificano i pregi. Il punto è trovare un equilibrio tra i due.

Tornando al parallelo con l'ecosistema, la mutazione e la genesi spontanea sono fondamentali per l'evoluzione dello stesso, così come la riproduzione lo è per la sua continuità. Purtroppo nulla impedisce che ciò possa portare alla creazione e riproduzione di un organismo in grado di distruggere l'ecosistema stesso.
La soluzione non è però inibire la mutazione o la genesi. Ciò condannerebbe l'ecosistema ad essere sempre uguale e quindi, non essendo in grado di reagire alle perturbazioni esterne, all'estinzione.
Restano, quindi, altre due possibiltà: pilotare la mutazione e controllare genesi e riproduzione.
Il punto è evitare che l'abuso di questi due strumenti (pilotaggio e controllo) non divenga inibizione. Nel caso dell'informazione questa si chiama censura o limitazione della libertà di espressione.

Ecco, ritengo che le linee da cui muovere possano essere queste: cerchiamo di limitare il sorgere del problema e, qualora si presenti, cerchiamo di limitare la sua propagazione. Senza avere la pretesa di evitare che sorga (non ci riusciremo mai) o che si propaghi (idem). Di fatto cerchiamo di riportarlo a livello di ciò che accade nei media tradizionali: la notizia falsa c'é sempre ma non è influente.

Un'ultima osservazione: non possiamo pensare che un compito di questo genere possa essere svolto dal mondo politico. Non ha competenza specifica e deve affidarsi, quando lo fa, a consulenti o consiglieri che, ovviamente, fanno il loro interesse di parte. Può essere che questo interesse vada nella direzione giusta come in quella sbagliata (è il nostro caso).
Allora chi lo può fare?
Lancio un'idea: perché non applicare alla realizzazione di una proposta di disegno di legge lo stesso modello utilizzato per lo sviluppo di un software open source?
Prendiamo un problema da regolamentare, come può essere quello in oggetto. Si apre un sito ad esso dedicato e si inizia a mettere giù una proposta di disegno di legge, con articoli e commi. Il popolo della rete partecipa secondo la sua competenza specifica con revisioni, debugging e proposte di modifiche. Il disegno di legge cresce e, ad un certo punto, arriva il rilascio della versione definitiva. A questo punto si prende l'onorevole di turno e gli si dice: "La soluzione al problema è in questo disegno di legge, già vagliato dalle persone competenti e filtrato dagli interessi di parte. Mettilo in bella e presentalo che fai bella figura."

Sogno?

mercoledì 17 giugno 2009

Quant'è bella la realtà

Si discute di luoghi virtuali (Second Life - a proposito, che fine ha fatto?), amicizie virtuali (Facebook), fringuelli virtuali (Tweeter), e chi più ne ha più ne metta.
A costo di sembrare retrogrado o ipocrita, visto che il blog appartiene a quell'ecositema, ribadisco che, a mio avviso, niente batte la realtà. Quella senza aggettivi: l'unica possibile. Quella che percepiamo con i nostri sensi e che, proprio per questo, è diversa per ognuno di noi. Un mondo di sensazioni che non ha eguali e che dovrebbe vedere la tecnologia come strumento in grado di estendere il raggio di azione dei nostri sensi e non la sostituzione dell'oggetto da essi percepito.
Posso trovare un amico con Facebook, ma poi lo devo frequentare dal vivo, non solo attraverso un filo. Devo sentirne l'odore, toccarne la consistenza (in tutti i sensi), osservarne i movimenti.

Volete mettere:
Ascoltare il trio che suonava la czarda sotto l'arco alla Petit Venice di Colmar dopo aver preso un'intera giornata di pioggia teutonica in moto (ad agosto).

Il gusto di un Morellino di Scansano "postato" sulla lingua e non nel blog.

Lo "spirito" (meglio se DOC) che accompagna una cena tra amici.

Mandare al diavolo qualcuno e poi farci una risata senza dover ricorrere agli emoticons.
Lo so, a volte sembra masochismo ma la realtà è da vivere anche quando non ci piace.

L'ho già scritto in precedenza: ci sono momenti in cui mi piace essere un lotek e apprezzare ciò che posso raggiungere con una mano o con il suono della mia voce.

P.S. prima che si scateni il putiferio, chiarisco che non metto in dubbio l'utilità degli strumenti in oggetto (l'importanza di Tweeter nel caso delle elezioni in Iran è li da vedere) ma solo che, a mio avviso, strumenti sono e tali dovrebbero rimanere.

domenica 10 maggio 2009

Il francobollo e lo spam

In un interessante post sul suo blog Roberto Dadda riporta il bizzarro consiglio di Umberto Eco agli spammati: rispondere allo spammer con una mail contenente la Divina Commedia.

Penso che chiunque abbia un po' di conoscenza in materia o, mi verrebbe da dire, un po' di buon senso (non me ne voglia Eco) capisca da sé che questa strategia è perdente: lo spammer non viene intaccato dagli allegati mentre viene favorito dal fatto di aver confermato l'esistenza di un indirizzo magari inventato.

Non voglio dilungarmi sul concetto di spam: personalmente ritengo che non sia nulla di nuovo (era possibile sia con la posta che con il telefono che con il fax) ma solo il risultato di aver messo nelle mani dell'umanità un mezzo di comunicazione che, per la prima volta, non prevede un pagamento da parte di chi trasmette. Come dico spesso se dai corda ad un essere umano la usa per impiccarsi.

Quello su cui vorrei riflettere è: cosa si può fare per ridurre il fenomeno in attesa che l'educazione al corretto uso del mezzo lo faccia scemare di suo (speranza di un inguaribile ottimista)?

Il punto è che pressoché tutte le strategie lavorano sul punto di arrivo. I filtri antispam sfoltiscono le mail ma lasciano il dubbio dei falsi positivi, al punto che, spesso, si dirotta lo spam in una box da controllare periodicamente e perdendo il vantaggio del filtro. Le black list di indirizzi ip devono essere costantemente aggiornate e sono, per definizione, sempre un passo indietro rispetto agli spammers (banalmente si mette in black list un ip dopo che da quell'indirizzo è stato fatto spam).
Di fatto questi strumenti assomigliano alle protezioni hardware dei software che andavano in voga un po' di anni fa: danno problemi a chi si comporta lecitamente e non frenano chi è malintenzionato.
Chi, come me, gestisce l'infrastruttura ICT internamente sa quale incubo è veder finire, per errore, uno dei propri indirizzi in una black list.

E se pensassimo ad una strategia sul punto di partenza?

Sempre nel suo post Roberto Dadda rilancia un'idea che anche io da tempo sostengo ma che avevo smesso di enunciare perché ero stanco delle contumelie che mi attirava: l'unico modo che intravedo per agire sulla fonte è di rendere costoso l'invio dello spam. Questo non implica necessariamente rendere costoso l'invio di una mail, ma di un milione si.
L'idea di un "francobollo" virtuale di basso valore lascerebbe inalterata l'economicità del mezzo ma renderebbe oneroso un tentativo di contatto basato sul concetto che se mando un messaggio ad un milione di persone e ci casca solo l'uno percento...

Gli aspetti tecnici della cosa possono essere complicati, sia in termini di chi e come incasserebbe l'obolo o di a chi andrebbero i proventi, ma ritengo che potrebbero essere facilmente superati impegnando una frazione dei milioni di euro che oggi il mondo perde a causa dello spam.

martedì 21 aprile 2009

Internet è un mondo?

Non sarà che attribuiamo la definizione di mondo a qualcosa che è possibile attraverso internet ma non è internet?
In fin dei conti la rete è solo un mezzo. Il vero mondo, ecosistema, social network o come lo vogliamo chiamare sono le persone che interagiscono tramite internet e non internet in sé.
Altrimenti dovremmo affermare che l'iPod è un grande musicista o una grande orchestra.

Ma se internet non è un nuovo mondo allora richiede veramente nuove regole di comportamento?

A mio avviso non necessariamente. Ritengo che nella grande maggioranza delle situazioni basti la comune educazione e i normali protocolli di convivenza civile che già esistono nelle relazioni interpersonali.

In un post precedente avevo già fatto un paragone tra il mio blog e la mia casa: il post equivale ad un invito a cena e i commentatori equivalgono ai commensali. Il menù lo sceglie il padrone di casa e gli invitati si comportano secondo la loro educazione, ben sapendo che è perfettamente nei poteri del padrone di casa allontanarli o non più invitarli qualora si comportino in modo disdicevole.

Quando mi chiedono se non pensi che l'avere un blog moderato sia una forma di censura, rispondo che, a mio avviso, il blog è come la propria casa (a differenza di forum e chat). Posso dare una festa e lasciare la porta aperta, ma ho anche il diritto di decidere, tra chi si presenta, chi fare entrare e chi no e di allontanarlo qualora, a mio avviso, si comporti in modo non consono. Anche perché pur essendo scritto nel disclaimer che la responsabilità del contenuto dei commenti è esclusivamente dei commentatori stessi, se durante la mia festa un invitato urla e sveglia la bimba del vicino questi se la prende con me e non con il mio invitato.
E ha ragione!

venerdì 27 marzo 2009

A che serve il sito?

Sarà capitato anche a voi: vi hanno detto una cosa, sul sito apposito c'è scritta una cosa diversa, telefonate al numero indicato sul sito e... vi rispondono che non sanno cosa ci sia sul sito (e, generalmente, vi danno la terza versione diversa).

L'esperienza è recente. Io e mia moglie decidiamo di portare la bimba a vedere un noto spettacolo sul ghiaccio. La rivendita a cui ci rivolgiamo per i biglietti ci dice che se la bimba ha meno di 3 anni e non occupa un posto a sedere non paga.
Così compriamo solo due biglietti.
Tornati a casa vado sul sito ufficiale dello spettacolo perché mi sono dimenticato di chiedere quanto duri. Ovviamente c'è di tutto tranne la durata dello spettacolo. Chissà forse l'hanno ritenuta una informazione non necessaria (se fossi andato in treno e avessi dovuto prevedere il treno per il ritorno non sarebbe stata così irrilevante). Mentre cerco mi scappa l'occhio e trovo scritto che i bambini non occupanti posto a sedere non pagano se minori di due anni. Come due? Non era tre?
La bimba due li ha già compiuti. Certo, a una bimba non chiedono i documenti, ma, per correttezza, telefono al numero che è indicato sul sito. Spiego il dubbio e la gentile signorina mi dice che non sa cosa ci sia scritto sul sito ma che a lei risulta che il limite di età sia 3 anni.
Ringrazio, riappendo la cornetta e mi chiedo: a che serve il sito?

P.S. la durata dello spettacolo l'ho chiesta all'operatrice perché sul sito non c'è. Evidentemente il rientro a casa lo considerano un optional.

lunedì 16 marzo 2009

Il portalettere

In un mondo interconnesso in cui le informazioni viaggiano in forma digitale a velocità spaventosa ha ancora senso il vecchio postino e le buste contenenti manoscritti su carta?
Secondo qualcuno si e io sono uno di questi.

Prima che mi prendiate per matto, o peggio ipocrita visto che sto scrivendo su un media che della carta ha solo il colore dello sfondo, cercherò di spiegarmi.
Lo spunto mi viene dal libro "Luce virtuale" di William Gibson, ritrovato sul fondo di uno scatolone rimasuglio del trasloco.
William Gibson è da molti considerato il padre del cyberpunk e visionario precursore di molte delle cose che oggi diamo per scontate. Ebbene, nel libro descrive un mondo in cui le informazioni circolano in forma digitale e sono presenti in ogni dove. Ogni apparecchio, oggetto e finanche essere è connesso ad una immensa rete, onnipresente e onnipotente. In questo scenario si muovono dei giovanotti (e giovanotte) in bicicletta recanti messaggi, udite udite, scritti a mano su pezzi di carta.

Perché?

Se ci pensate un momento è ovvio: in un mondo in cui ogni oggetto, quindi anche ciò che usate per scrivere, è connesso alla rete come potreste inviare un messaggio a qualcuno essendo certi che nessuno tranne voi e lui lo possa leggere?
Lo so che è sconcertante, ma la risposta è scriverlo a mano con un lapis su di un foglio di carta (tenuto in mano e non appoggiato sul tavolo multimediale del soggiorno), chiuderlo in una busta e affidarlo a qualcuno affinché lo porti al vostro corrispondente.

Semplice vero?

Sarà che, come ho già scritto in passato, ho il firmware obsoleto ma ogni tanto mi piace essere un lotek.

venerdì 13 marzo 2009

Cyberspazio ed evoluzione

... credo che il cyberspazio significhi la fine della nostra specie.
Davvero? Perché?
Perché significa la fine dell'innovazione - disse Malcom.
L'idea di un mondo interconnesso sa di morte di massa. Ogni biologo sa che piccoli gruppi in isolamento evolvono più rapidamente.
...
Ora, per la nostra specie, l'evoluzione si manifesta principalmente attraverso il comportamento. Per adattarci noi sviluppiamo un nuovo comportamento. E chiunque sa che l'evoluzione si rinviene solo nei piccoli gruppi. Metti tre persone in una commissione, e riusciranno a fare qualcosa. Dieci persone, e tutto diventa più difficile. Trenta, e non succede niente. Un'assemblea di trenta milioni di persone non verrà mai a capo di nulla.

"The lost world", Michael Crichton
Forse è una visione un po' troppo apocalittica, che ricorda il rifiuto verso le nuove tecnologie che da sempre ha accompagnato la storia dell'umanità (non dimentichiamo gli assalti dei contadini alle prime macchine a vapore, viste come frutto del demonio), ma come non pensare ad internet come ad un immenso serbatoio di conoscenze sfruttabile per ottenere le risposte ai nostri problemi attraverso il lavoro degli altri e non il nostro?
In un mondo isolato un ricercatore, davanti ad un problema, dà il meglio di sè. Sviscera il problema, lo analizza attrasverso gli occhi del suo genio ed ingegno, senza essere influenzato dalle idee (magari giuste, ma spesso anche sbagliate) degli altri.
Arriva ad una conclusione, ad una scoperta, ad una interpretazione dei fatti che, proprio perché personale, può essere diversa dalle altre e nuova in tutto od in parte.
Dal confronto degli studi compiuti in assoluta ignoranza uno dell'altro scaturisce il dibattito che porta alla fusione del meglio di ogni parte, generando un tutto che è più della somma dei singoli elementi.
Ecco, io ritengo che internet, come mezzo per lo scambio globale delle informazioni, debba intervenire soprattutto in questa fase.
La mia paura è che un ricercatore, posto di fronte ad un problema, incominci a documentarsi sul web e a vedere cosa sia stato già scoperto o ipotizzato da altri. Questo non può non influenzarlo e, quandanche non si conformasse alle conclusioni di altri, forse perderebbe la possibilità di dare un contributo assolutamente originale.

giovedì 5 marzo 2009

Pericoloso precedente

Ritengo che sia una pessima notizia per il mondo del blog.
Blogging and the Associated Press
by Joe Eitel, 2009-03-04

Recently, the Associated Press stunned the blogging world when they announced that they would start setting guidelines for how writers could use their quotes.
What does this mean?
Well, from now on, bloggers will no longer be able to freely quote from AP articles, even if the quotes link back to the original website.
If writers do otherwise, they could get into legal trouble.
L'articolo completo lo trovate qui.

Se passasse questa interpretazione finiremmo per trovarci negli stessi pasticci in cui si trova il mondo della musica o del cinema: non si saprebbe più cosa dire o pubblicare. Cosa è giusto e cosa è sbagliato. Cosa si può fare e cosa no.
Ma, soprattutto, saremmo tutti sotto la spada di damocle di una possibile denuncia per aver citato qualcuno.

domenica 1 marzo 2009

Diritto all'oblio in rete

In altre parole: ho diritto che certe informazioni siano sotto il mio controllo anche dopo la loro pubblicazione sul web?

La questione non è da poco e lo spunto mi viene da un post di Roberto Dadda sul suo blog.

Incominciamo con il dire che, a mio avviso, dobbiamo considerare due tipologie di informazioni: quelle che volontariamente pubblichiamo in prima persona, come questi posts o la pagina del profilo, e quelle che altri pubblicano e che ci riguardano.

Le informazioni del primo tipo non mi preoccupano più di tanto: se ho deciso di rendere pubblico qualcosa di me, dovrei aver ben chiaro cosa sto facendo. Il condizionale è d'obbligo considerata l'esistenza di personaggi che mettono sulla loro web page il numero di cellulare e poi si lamentano delle telefonate che ricevono.
Il problema che può sorgere in questo caso è solo di obsolescenza: potrei volere che una informazione venisse eliminata perché non più attuale. Ma questo è un aspetto secondario o facilmente risolvibile contestualizzando temporalmente ciò che mettiamo on-line (basta una data nella pagina e chi la legge può farsi un'idea dell'attualità delle informazioni contenute).

Le informazioni che altri pubblicano su di noi, al contrario, presentano aspetti più critici.
Facciamo un esempio: supponiamo che venga accusato di un crimine abbietto e che un giornale pubblichi la notizia sulla sua versione on-line. Questa viene indicizzata e, nei motori di ricerca, il mio nome associato al crimine. Le indagini proseguono e vengo completamente scagionato ma il giornale non pubblica la notizia nella versione on-line.
Ho diritto che la prima notizia, che mi associa ad un crimine non commesso, sparisca dalla rete?
Si e no allo stesso tempo. Si, perché è una notizia falsa (non ho commesso il fatto). No, perché in quel momento era vera (ero sospettato di aver commesso il fatto).
In realtà una notizia è intrinsecamente un divenire: nasce e si evolve con informazioni successive che possono anche rivoltarla completamente. Non c'è nulla di male a tener traccia di tutti i passaggi. Solo che, appunto, devono esserci tutti, altrimenti la notizia diviene inattendibile.
Più che un diritto all'oblio, peraltro impossibile da ottenere anche per meri motivi pratici, dovremmo poter
avere diritto che, se qualcosa viene pubblicato, lo sia per intero, in modo che il divenire della notizia sia esposto nella sua interezza.
Solo in questo modo la notizia può essere definita tale.

Direte: ma perché questo deve valere solo per la rete e non anche per i giornali cartacei? Avete ragione, teoricamente dovrebbe valere per entrambi ma, a mio avviso, le notizie pubblicate su supporto cartaceo sono già intrinsecamente destinate all'oblio perché limitate in termini di spazio (numero di copie del giornale e sua distribuzione territoriale) e tempo (labilità della memoria umana).
Se mi contatta qualcuno che non conosco non vado certo in emeroteca a cercare il suo nome sui giornali, ma una ricerchina in Google la faccio di sicuro.

giovedì 26 febbraio 2009

Ricordi di una internet passata...

... ma non trascorsa.
Benvenuta nel mondo virtuale, là dove tutto esiste, ma nulla è reale. Ciò che sembra, non è. E ciò che è, non appartiene a questo mondo. Qualsiasi cosa tu pensi o immagini o solo sogni, qui esiste. Si trova in qualche piega, merletto o trine di questo spazio che non è spazio, perché non ha misura, ma solo un nulla indefinito pieno di tutto. Sembra un controsenso, un paradosso, forse una gigantesca follia collettiva, ma questo è il mondo di Internet. Questo è il mare da percorrere secondo direzioni che non puoi e non devi prevedere. Senza programmare dove sarai tra qualche click di mouse. In questo ti assomiglia molto. Ma forse il cyberspazio assomiglia a tutti noi perché è formato da tutti noi. E' scritto, arrangiato, compilato, creato da milioni di persone di religione, cultura, estrazione sociale completamente diverse, che coprono tutte le sfumature dello scibile umano e quindi le contiene tutte. E' un immenso Uomo con un solo punto debole: se non vuoi più aver a che fare con lui, basta staccare la spina. Ma non ti illudere: Lui sarà sempre là, non lo puoi distruggere perché non esiste fisicamente. E' solo un canale attraverso cui passano i parti delle menti di mille cervelli e di mille anime. E' il tutto racchiuso nel nulla. O, se preferisci, un nulla in cui puoi trovare tutto. E se cerchi bene, puoi trovare non solo quello che sei, ma anche quello che sarai perché è scritto nei milioni di esperienze che esso contiene. Mantieni il tuo equilibrio, prendi la tavola da surf, lanciati nel mare dell'informazione e cavalca le onde del mondo virtuale. Ma non perdere d'occhio la terra, perché solo là è la tua casa.
Questo scrissi ad un'amica il giorno in cui seppi che aveva ricevuto il suo primo accesso ad internet.
Era il tempo dei modem a 56k e pochi avrebbero immaginato che un giorno avremmo avuto quello che, con questo post, anche io oggi inauguro: uno spazio personale aperto a tutti (o quasi).
Fa comunque tenerezza rileggersi alla luce di quello che è oggi internet ma tant'è: eccomi qua, ci sono anch'io e del doman non v'è certezza.