venerdì 31 luglio 2009

Ferie lotek

Da domani sono in ferie e penso proprio che ne aprofitterò per restare disconnesso e riscoprire i piaceri lotek.
Un saluto a tutti, un augurio di buone vacanze e ci si risente il 24 agosto.

venerdì 24 luglio 2009

Google non può fallire

Su internet si assiste sempre più spesso alla disponibilità di servizi di grande valore pressoché gratuiti e questo, a mio avviso, apre scenari interessanti i cui risvolti possono essere non così evidenti.
Vorrei condividere con voi alcune osservazioni sorte nell'ambito del mio lavoro e che sono proprie di un mondo ICT che non può prescindere dall'orizzonte temporale di accessibilità delle soluzioni scelte. Un mondo nel quale l'indisponibilità di un servizio si tramuta immediatamente in un costo reale.

Pensiamo, per fare un esempio, a Google: solo pochi anni fa per avere ciò che ci mette a disposizione Maps era necessario acquistare un software di navigazione con relative mappe (a pagamento) da aggiornare periodicamente (sempre a pagamento). Oggi basta andare sul sito e, gratis, possiamo costruirci un itinerario, vedere e stampare cartine personalizzate, addirittura condividerle direttamente con altri. Ho fatto un semplice esempio ma potrei continuare con Gmail, Google docs e molti altri servizi che rasentano e spesso implementano una forma di cloud computing più o meno spinta.
Nel momento in cui una azienda debba implementare nel proprio sistema informativo una funzionalità che è già disponibile via API su internet, si trova di fronte ad un bivio: scriverla da zero (o comprare il relativo software) o integrare il servizio in modalità "cloud" utilizzandolo direttamente o attraverso l'accesso alle relative API. E' evidente che quest'ultima sia la soluzione più rapida e meno costosa. Un esempio lo vediamo nella pletora di siti che, quando devono geolocalizzare un indirizzo, fanno apparire la mappa generata con le API di Google maps (per non parlare degli utilizzi nelle intranet).
Il punto è che se questa "scorciatoia", che spesso non è solo tale ma ha vantaggi notevoli anche in termini di funzionalità non reperibili nei software di mercato, viene diffusamente utilizzata allora diviene strategica. Per tornare al nostro esempio se tutti i servizi di geolocalizzazione dei sistemi informativi mondiali si basassero su Google maps cosa succederebbe se cessassero il servizio? E chi garantisce che ciò non possa accadere dato che non esiste un contratto e stiamo utilizzando una funzionalità gratuita, per quanto potente? (In realtà l'uso professionale delle API Google è a pagamento, ma vedremo come questo ritengo sia irrilevante sebbene implichi un contratto).

Lo scenario è paragonabile a quanto successe con il sistema GPS. Nato per scopi militari, era implementato in modo da riservare la massima precisione solo ai ricevitori in grado di decodificare l'errore che ne degradava i risultati. L'algoritmo era segreto e, di fatto, l'uso civile differiva da quello militare per la precisione del sistema. Il motivo era evidente: in caso di conflitto i nemici non avrebbero potuto usarlo con la stessa efficacia (in realtà non avrebbero potuto usarlo del tutto perché sarebbe stato introdotto un errore tale da renderlo inutile a chi non fosse alleato, e forse nemmeno a questi). Considerato che il GPS viene utilizzato anche per guidare missili e bombe intelligenti questo era un modo per rendere pubblico un servizio senza perdere il vantaggio strategico.
Nel 2000 l'amministrazione americana, sulla spinta degli utilizzatori che reputavano l'errore introdotto una barriera allo sviluppo di nuove applicazioni e strumenti (pensiamo ai navigatori satellitari per le auto, giusto per fare un esempio banale), decise di ridurre pressoché a zero l'errore introdotto, mantenendo però segreto l'algoritmo per eliminarlo. L'idea era: rendiamo possibile l'accesso civile alla massima precisione ma, in caso di guerra, possiamo sempre abbassarla per chi non abbia i nostri ricevitori. Purtroppo il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: la possibilità di avere ricevitori precisi al metro ha fatto si che si diffondessero al punto tale da renderli strategici per l'economia mondiale. Perché "strategici"? Vi faccio un semplice esempio: se domani decidessero di degradare la precisione del GPS civile a +/- 100 metri per motivi militari, tempo poche ore avremo navi schiantate sui moli dei porti, altre perse nell'oceano e flotte di camion che non sanno più dove andare. Sono solo i primi effetti che mi sono venuti in mente. Di fatto la degradazione del GPS non è più possibile (a meno di un conflitto globale) perché i suoi costi sarebbero troppo alti (anche in termini di vite umane).

A questo punto torniamo a Google: nel momento in cui i suoi servizi saranno integrati nei sistemi informativi di aziende, istituzioni, banche e chi più ne ha più ne metta, non sarebbe nemmeno pensabile l'idea che potesse cessare di esistere. Cosi come non sarebbe pensabile che smettesse di erogare tali servizi che non sono, badate bene, quelli legati alla funzione di motore di ricerca (che presenta, in qualche modo, alternative di mercato).

Di fatto Google non può fallire perché, nel caso avesse difficoltà finanziarie, dovrà intervenire giocoforza qualcuno (stato) a tenerla in piedi. Nel caso volesse aumentare il prezzo (o introdurlo) da pagare per l'utilizzo delle sue API, potrebbe farlo.

Ritengo una grande lezione per tutti il fatto che la posizione di forza che Google si è conquistata e che la mette al sicuro si fondi sulla distribuzione pressoché gratuita di servizi. Così facendo li ha resi indispensabili e ha creato una barriera economica alla loro sotituzione che la pone nella condizione di poter, oggi, stabilire il prezzo, anche, e soprattutto, nel caso in cui dovesse trovarsi in cattive acque.

venerdì 26 giugno 2009

Diritto all'oblio in rete, atto II

Ritorno sull'argomento che avevo trattato in un post precedente a seguito della presentazione di un disegno di legge (n. 2455 dell'On. Lussana) in materia.
Punto Informatico pubblica un bellissimo commento a tale disegno a firma di Guido Scorza che mi trova pienamente concorde sul valutare negativamente il provvedimento, ma che lascia, a mio avviso, inalterato il punto focale e cioè che il problema esiste.
Mi par di capire che l'autore del commento non metta in discussione la necessità di fare qualcosa, ma il modo con cui questo qualcosa verrebbe implementato e, in questo, ritengo che chiunque abbia un po' di competenza in materia non possa che concordare con Scorza.

Non voglio ripetere i motivi per i quali ritengo necessario approfondire i risvolti del problema affinché si possa arrivare ad una soluzione e perché lo ritenga un problema (l'ho già fatto nel post precedente). Voglio però aggiungere qualche osservazione a ciò che ho trovato nei commenti sulla rete.

I contrari ad un intervento legislativo in materia si basano, generalmente, su tre assunti:
  • la necessità di oblio dovrebbe valere anche per i media tradizionali (giornali cartacei, radio, TV) e, quindi, se non è mai stato un problema non lo dovrebbe essere nemmeno ora che c'è la rete
  • è un problema sollevato per proteggere il politico di turno e limitare la libertà di espressione
  • la rete non è governabile per mezzo di provvedimenti presi da un singolo paese (e, di fatto, nemmeno da una maggioranza di paesi)
I primi due punti non li condivido, il terzo pone, invece, una barriera forte ad una eventuale soluzione.

Il fatto che la necessità dell'oblio debba valere anche per i media tradizionali è solo teorica. Ciò che rende informazione una notizia pubblicata è la sua rintracciabilità e la persistenza nella rintracciabilità stessa. Una notizia pubblicata sul giornale cartaceo di oggi (e non sulla versione on-line) è rintracciabile, appunto, oggi (per chi lo legge tutto), forse domani (per chi lo lascia in giro) e poi solo a chi fa ricerche in emeroteca (pochissimi).
Di fatto la notizia sul media tradizionale non ha memoria indicizzata e, quindi, la sua rintracciabilità decade secondo i tempi della labilità della memoria umana.
Se mi contatta qualcuno cerco il suo nome su Google ma non andrei mai in emeroteca a sfogliare i giornali o in archivio a risentire le registrazioni di tutte le trasmissioni radio/TV per vedere se parlano di costui. In pratica la notizia esiste ancora ma non essendo più rintracciabile con facilità, di fatto, è come se non esistesse. Una sorta di oblio automatico.

Per quanto riguarda la questione legata al fatto che il problema venga sollevato per difendere il politico di turno ritengo sia irrilevante. Il punto è che il problema c'è per tutti. Anzi, è molto più sentito dalla persona comune che non ha la possibilità di convocare una conferenza stampa per smentire una notizia falsa. Pensate al giovane che si trova chiuse le porte degli uffici del personale per colpa di notizie non vere o incomplete presenti in rete.

Veniamo ora al punto: cosa si può fare?

A mio avviso, putroppo, poco. Essenzialmente per il terzo punto (sovranazionalità della rete) ma anche per la estrema facilità di riproduzione di una informazione nell'ecosistema della rete. Questo è, di fatto, il maggior pregio di internet (la circolazione del sapere) e lo rimane anche considerando che, nella riproduzione, possa esserci una mutazione (il completamento o la correzione del sapere stesso). Il problema sorge quando avviene la riproduzione di un sapere falso o viene mutato un sapere corretto in uno errato: in questo caso il pregio diviene un difetto.
Intendiamoci, non è niente di nuovo: anche con i media tradizionali succede ma, per i motivi a cui ho già accennato e, in particolare, alla rintracciabilità, ritengo che sia rilevante solo nell'ambito della rete.

Tanto più lo strumento è potente, tanto più ne si amplificano i difetti intrinsechi così come, per fortuna, se ne amplificano i pregi. Il punto è trovare un equilibrio tra i due.

Tornando al parallelo con l'ecosistema, la mutazione e la genesi spontanea sono fondamentali per l'evoluzione dello stesso, così come la riproduzione lo è per la sua continuità. Purtroppo nulla impedisce che ciò possa portare alla creazione e riproduzione di un organismo in grado di distruggere l'ecosistema stesso.
La soluzione non è però inibire la mutazione o la genesi. Ciò condannerebbe l'ecosistema ad essere sempre uguale e quindi, non essendo in grado di reagire alle perturbazioni esterne, all'estinzione.
Restano, quindi, altre due possibiltà: pilotare la mutazione e controllare genesi e riproduzione.
Il punto è evitare che l'abuso di questi due strumenti (pilotaggio e controllo) non divenga inibizione. Nel caso dell'informazione questa si chiama censura o limitazione della libertà di espressione.

Ecco, ritengo che le linee da cui muovere possano essere queste: cerchiamo di limitare il sorgere del problema e, qualora si presenti, cerchiamo di limitare la sua propagazione. Senza avere la pretesa di evitare che sorga (non ci riusciremo mai) o che si propaghi (idem). Di fatto cerchiamo di riportarlo a livello di ciò che accade nei media tradizionali: la notizia falsa c'é sempre ma non è influente.

Un'ultima osservazione: non possiamo pensare che un compito di questo genere possa essere svolto dal mondo politico. Non ha competenza specifica e deve affidarsi, quando lo fa, a consulenti o consiglieri che, ovviamente, fanno il loro interesse di parte. Può essere che questo interesse vada nella direzione giusta come in quella sbagliata (è il nostro caso).
Allora chi lo può fare?
Lancio un'idea: perché non applicare alla realizzazione di una proposta di disegno di legge lo stesso modello utilizzato per lo sviluppo di un software open source?
Prendiamo un problema da regolamentare, come può essere quello in oggetto. Si apre un sito ad esso dedicato e si inizia a mettere giù una proposta di disegno di legge, con articoli e commi. Il popolo della rete partecipa secondo la sua competenza specifica con revisioni, debugging e proposte di modifiche. Il disegno di legge cresce e, ad un certo punto, arriva il rilascio della versione definitiva. A questo punto si prende l'onorevole di turno e gli si dice: "La soluzione al problema è in questo disegno di legge, già vagliato dalle persone competenti e filtrato dagli interessi di parte. Mettilo in bella e presentalo che fai bella figura."

Sogno?

mercoledì 17 giugno 2009

Quant'è bella la realtà

Si discute di luoghi virtuali (Second Life - a proposito, che fine ha fatto?), amicizie virtuali (Facebook), fringuelli virtuali (Tweeter), e chi più ne ha più ne metta.
A costo di sembrare retrogrado o ipocrita, visto che il blog appartiene a quell'ecositema, ribadisco che, a mio avviso, niente batte la realtà. Quella senza aggettivi: l'unica possibile. Quella che percepiamo con i nostri sensi e che, proprio per questo, è diversa per ognuno di noi. Un mondo di sensazioni che non ha eguali e che dovrebbe vedere la tecnologia come strumento in grado di estendere il raggio di azione dei nostri sensi e non la sostituzione dell'oggetto da essi percepito.
Posso trovare un amico con Facebook, ma poi lo devo frequentare dal vivo, non solo attraverso un filo. Devo sentirne l'odore, toccarne la consistenza (in tutti i sensi), osservarne i movimenti.

Volete mettere:
Ascoltare il trio che suonava la czarda sotto l'arco alla Petit Venice di Colmar dopo aver preso un'intera giornata di pioggia teutonica in moto (ad agosto).

Il gusto di un Morellino di Scansano "postato" sulla lingua e non nel blog.

Lo "spirito" (meglio se DOC) che accompagna una cena tra amici.

Mandare al diavolo qualcuno e poi farci una risata senza dover ricorrere agli emoticons.
Lo so, a volte sembra masochismo ma la realtà è da vivere anche quando non ci piace.

L'ho già scritto in precedenza: ci sono momenti in cui mi piace essere un lotek e apprezzare ciò che posso raggiungere con una mano o con il suono della mia voce.

P.S. prima che si scateni il putiferio, chiarisco che non metto in dubbio l'utilità degli strumenti in oggetto (l'importanza di Tweeter nel caso delle elezioni in Iran è li da vedere) ma solo che, a mio avviso, strumenti sono e tali dovrebbero rimanere.

martedì 9 giugno 2009

Cosa ti piace?

La mia risposta spesso sconcerta chi mi pone la domanda.
Ad esempio, se mi chiedono
Che musica ascolti?
la mia risposta è
Quella che mi piace.
Fin qui nulla di strano, visto che sarei un ben curioso soggetto se ascoltassi la musica che non mi piace.
La cosa si fa più complessa alla successiva domanda:
Si, ma che genere?
risposta
E' irrilevante.
A questo punto vengo considerato un orso un po' presuntuoso e cambiano discorso (o se ne vanno).
In realtà credo che sia estremamente limitante circoscrivere ciò che ci piace con steccati e recinti che sanno di censura preventiva: se una canzone o un quadro o un'opera d'arte mi piace è irrilevante il genere o stile a cui appartenga.
Se entro in un museo d'arte, lo vedo tutto. Non salto delle sale perché non mi piace, che so, il '700 o l'arte astratta. Ovviamente posso dire che un'opera non mi aggrada, ma dopo averla vista e non prima solo perché appartiene ad un genere che non mi piace.
Questo è il punto: è l'opera che ci deve piacere o non piacere.
Il fatto che il genere a cui appartenga non ci piaccia è solo una questione statistica basata su quante opere appartenenti ad esso ci siano gradite e quante no e non deve essere, a mio avviso, un vincolo.

Il mio iPod contiene, nei suoi 16GB, dalle opere di Verdi e Puccini ai Guns N' Roses e Whitesnake, da Fabrizio De André a Davide Van De Sfroos passando per gli ABBA, il blues di Otis Redding, la dance di Gloria Gaynor, Pavarotti e Alice Cooper, Dr. John e gli Aerosmith, Dave Brubeck e i Culture Club, Beethoven e Alannah Myles, Gershwin e Freddie Mercury, i musical di Webber e le Fiabe Sonore della Fabbri Editori (si, proprio quelle dei 45 giri "A mille ce n'è...").

mercoledì 27 maggio 2009

Percepita da chi?

Da qualche tempo va di moda indicare le grandezze fisiche con unità di misura quantomeno bizzarre.
E' il caso della temperatura: vengono indicati i gradi percepiti.
Ma percepiti da chi? Io a 28 gradi percepisco caldo (schiatto) mia moglie a 32 percepisce freddo (mi chiude la finestra).
Intendiamoci è evidente che fattori indipendenti dai meri gradi centigradi influenzino le nostre sensazioni e anche il mio bisnonno sapeva che 5 gradi con il vento sono più freddi di 5 gradi senza o che l'umidità aumenta il disagio del caldo.
Il punto è che le unità di misura sono e devono essere, per loro natura, oggettive. Aggiungere subdolamente una frazione soggettiva rende impossibile qualunque confronto e, a mio avviso, sembra servire solo ad aumentare l'impatto della notizia.

venerdì 22 maggio 2009

A piccoli passi

Ieri sera la bimba ha voluto andare a letto da sola.
Come suo solito lo ha comunicato in modo semplice e diretto, senza i giri di parole che un adulto avrebbe usato per giustificare ciò che, di fatto, è un passaggio naturale e scontato e quindi non deve essere giustificato.
lei:   Vado a letto da sola.
io:    Vuoi che ti racconti una fiaba?
lei:   No, vado a letto da sola.
La piccola cresce e lo fa con la sfrontatezza di metterci di fronte al passare inesorabile del tempo. Forse è meglio così: ci costringe a renderci conto che i giorni passano e ognuno di essi è e deve essere diverso e vissuto fino in fondo.

Ma che magone...